lunedì 3 novembre 2008

Il silenzio della sofferenza

"certe persone sono come delle casseforti, custodiscono gelosamente le loro immense sofferenze in silenzio; altre, come me, hanno ben poco da custodire e parlano, parlano, parlano..."

Anna ha conosciuto Mamopizza per caso, leggendo un commento su un forum. Da allora compra la pizza una volta al mese. Non ha un giorno preciso, arriva all'improvviso, entra bisbigliando un saluto che non sente nessuno, forse muove solo le labbra. E' gracile, cammina leggera come se avesse un cuscinetto d'aria sotto i piedi. La maggior parte delle volte sollevo la testa e me la ritrovo davanti, come fosse comparsa in un attimo dal nulla, con un sorriso timido e gli occhi spalancati che sembra vogliano avvolgere tutto. Non chiede mai "come stai?", e non ama sentirselo chiedere. Quando glielo chiesi la prima volta mi rispose "davvero non lo capisci senza chiederlo?". E' convinta sia sufficiente guardarsi negli occhi per capire. Forse è vero.
Con voce fievole mi ordina la pizza, quasi non volesse far sentire a nessuno cosa sta dicendo, quasi non volesse farsi notare. In realtà ci riesce, non la nota nessuno. Mentre mi parla osservo gli altri che continuano a fare quello che stavano facendo prima che lei entrasse. Tutto continua a svolgersi come se lei non ci fosse. Eppure io la noterei: è carina, ha i capelli lisci castano chiaro, indossa un vestito lungo dai colori tenui, sempre diverso. Ha un sorriso tenerissimo e dolce che non si estende mai del tutto e occhi incredibilmente grandi. Non usa trucco ne profumi, non porta oggetti addosso, non ha i buchi alle orecchie.
Non l'ho mai vista con una borsa, tiene i soldi dentro un taschino di stoffa colorata.
Anna non è più una cliente Mamopizza, è da troppo tempo che non viene ormai. Quando un imprenditore si accorge d'aver perso un cliente deve valutare se vale la pena riconquistarlo. La valutazione avviene in funzione di alcuni fattori, tra i quali l'importanza economica del cliente.
Il marketing da una spiegazione logico-statistica al fatto che si perda un cliente, con percentuali diverse in ordine di importanza. Questi sono i motivi per cui si perdono i clienti:
1) trattati poco garbatamente e con indifferenza (65%)
2) insoddisfatti del servizio/prodotto (20%)
3) concorrenza (10%)
4) cambia zona (03%)
5) morte
Sui primi tre punti si devono concentrare tutti gli sforzi dell'azienda. Gli ultimi due non sono considerati importanti, soprattutto l'ultimo, in quanto non esiste nessuna azione che possa cambiare lo stato di cose.
L'ultima volta che ho visto e sentito Anna risale a oltre un anno fa. Ricordo perfettamente il giorno, credo stesse molto male, chiaramente non glielo chiesi, ma nemmeno me lo disse, lo capii dai suoi occhi, nonostante cercasse di nasconderlo guardando verso il basso. Ordinò la pizza e sussurrò: "è l'unica cosa che riesco a mangiare, dovrei venire più spesso, ma non posso, oltre al fatto che abito troppo lontano", avrei voluto chiederle qualcosa in più, ma non potevo, era come avvolta da un aura, la sua fragilità sembrava protetta da un infinito e impenetrabile riserbo. In quell'occasione prima di andare via mi lasciò un biglietto piegato in quattro parti. Quando a fine serata lo aprii per leggerlo restai stupito, c'era scritto in bella grafia:
"frugare negli abissi dell'anima umana, scoprire e analizzare miserie, aspirazioni inconscie, ambizioni e illusioni, contrasti e compromessi: e il mondo appare popolato di povere creature che si amano, si odiano, si uniscono, si separano senza conoscersi mai veramente......".
Mi sorprese perché era un brano che conosco quasi a memoria, 20 anni prima lo avevo appuntato su un taccuino che ho conservato. Fu l'ultimo giorno che la vidi. Non è più venuta a prendere la pizza e non mi ha più scritto una mail. Eppure rispondeva puntuale a tutte le nostre newsletter. Le ho scritto anche recentemente supplicando, visto che non potevo guardarla negli occhi, di dirmi almeno come stava. La mail è tornata indietro perché la sua casella di posta è piena.
Ho scoperto solo oggi il motivo per cui Anna non è più venuta a comprarsi la pizza, ho scoperto solo oggi quanto il lato imprenditoriale sia agli antipodi dai sentimenti umani, e di quanto sia vano il mio sforzo di credere e voler dimostrare il contrario. La prova stà nella classifica dei motivi per cui si perdono i clienti, agli ultimi due posti ci sono quelli che commercialmente non hanno un peso rilevante, ma che umanamente occupano il primo posto perché rappresentano la separazione, a volte, per quel che ci è dato sapere, definitiva.
Anna non voleva farsi notare e nemmeno far sapere della sua malattia. Ci riusciva perfettamente. Certe persone sono come delle casseforti, custodiscono gelosamente le loro immense disgrazie in silenzio; altre, come me, hanno ben poco da custodire in questo senso e parlano, parlano, parlano.......
Mi ha colpito la sua morte, ma ancor di più il modo di gestire la sua immane sofferenza. Io mi lamento per ogni piccolo malanno, per ogni piccolo acciacco, per la mia piccola stanchezza. Resto incantato e mi sento infinitamente piccolo davanti da chi non cerca e non vuole ne la propria ne l'altrui commiserazione.
Spesso mi capita, quando resto solo a fine serata, di sentire Anna entrare nel locale, sento il suo saluto appena bisbigliato. Dura tutto un attimo: la sua voce, un colpo d'aria che muove i fogli di carta, un brivido lungo la schiena, la pelle d'oca su tutto il corpo. Dura appena il tempo di sollevare lo sguardo per capire che non c'è nessuna presenza fisica oltre il banco.
Ad Anna e a tutti coloro che soffrono, a prescindere che lo facciano in silenzio o urlandolo ai quattro venti. Certo, anche a chi, come me, si lamenta senza motivo, perché, di fronte a tutto ciò che ci succede attorno, la smetta di piangersi addosso.

giovedì 2 ottobre 2008

Il lavoro su misura

"Il lavoro è come un abito, per capire se è quello giusto ci devi stare dentro, lo devi indossare, possibilmente senza guardarti allo specchio..."

Il lavoro ideale è il sogno del genere umano. Forse è più corretto dire delle società opulente.
A volte questo desiderio prevale persino sul reale bisogno, sulla necessità di trovarne uno per sopravvivere. Succede infatti che si preferisce stare senza piuttosto che avere un lavoro che non piace, anche se non si è mai provato. Il lavoro è come un abito, per capire se è quello giusto si dovrebbe indossare, con la differenza che il tempo di prova è ben più lungo. Può non piacere all'inizio, ma solo dopo che ci si addentra e si sviluppano meglio le competenze. Verosimilmente può piacere all'inizio e solo successivamente ci si accorge che non è quello che si stava cercando. Se non si prova però è difficile capire se sia quello giusto o meno, perché, come per qualsiasi altra cosa, ciò che crediamo di vedere dall'esterno non rispecchia quasi mai ciò che realmente si vive all'interno. Quante volte ci si basa solo sulle apparenze e poi si resta disillusi?
Nell'immaginario collettivo il posto di lavoro più ambito è quello statale o quello regionale, perché risponde ai requisiti del lavoro ideale: posto sicuro, orari accettabili, buona retribuzione, malattia pagata, anche quando si è sani come pesci, possibilità di lavorare poco..... Certo, a chi non piacerebbe un posto di lavoro così? In questo caso molti rinuncerebbero persino ad un ambiente di lavoro armonioso e sereno, che invece dovrebbe essere la base per un lavorare e vivere bene.
Sono tanti gli elementi che concorrono a formare quello che è considerato un lavoro ideale ed è davvero difficile trovare un posto che li raccolga tutti, anche perché le parti in gioco son da sempre contrapposte e animate da un dibattito senza fine su scorrettezze, abusi e soprusi, ed ognuna cerca sempre di tirare più acqua al proprio mulino.
Nel lavoro ideale tutto dovrebbe essere equo: l'ambiente, la retribuzione, l'orario, il rapporto umano, la sicurezza......., ma ognuno di questi elementi ha un costo sempre più alto e insostenibile. Così sia le imprese che i privati, a volte solo per sopravvivenza, cercano sempre più spesso sotterfugi (lavoro in nero, retribuzioni basse, evasione fiscale) danneggiando in modo irreversibile un sistema già malato di per se e caricando di maggiori oneri chi lavora onestamente. Quello che non si accetta è che si sono assottigliati i margini di profitto a fronte di un impegno maggiore sia per le imprese che per i dipendenti.
Il lavoro occupa gran parte della nostra vita, svolto con passione la occupa totalmente, perché non esiste linea di confine tra vita privata e vita professionale. E' questo l'unico requisito indispensabile oggi per affrontare il mondo del lavoro. Prendersi cura di tutto ciò che stà attorno, materiale e immateriale; delle persone e dei loro sentimenti; preoccuparsi davvero, al punto di non riuscire a prender sonno la notte; ridere di gusto, ma anche piangere e disperarsi; impegnarsi e sudare senza risparmiarsi per arrivare ad un obiettivo, ed una volta raggiunto gustarselo appieno con quell'intensità conosciuta solo da coloro che vivono e lavorano con passione.
Sembra un paradosso, ma più il mercato richiede figure professionali, più si cerca di sfuggire da tutto ciò che significa professionalità: impegno, studio, sacrificio, applicazione, ricerca, miglioramento continuo e costante, responsabilità.........
Freud scriveva che "la grande maggioranza delle persone lavora soltanto per necessità e da questa naturale avversione umana al lavoro nascono i più difficili problemi sociali".
Credo avesse ragione, vista la situazione che si vive e si respira nel nostro paese. Il problema non è del singolo individuo, dei giovani e degli adulti che non trovano occupazione, ma della società intera. Oggi, più che mai, ci si ritrova ad affrontare il mondo del lavoro disorientati e spaesati. Si sente forte e pesante la mancanza di un educazione al lavoro, quella che permetterebbe di affrontare il problema dell'orientamento, dell'inserimento e della capacità di gestione. Manca la conoscenza, la consapevolezza, la determinazione, mancano i principi base che contraddistinguono la natura umana: come il "sapersi guadagnare il pane in un contesto competitivo". Oggi si vuole tutto senza far niente!
In questo bel quadretto i giovani rischiano di restare ancorati per sempre ad una domanda che non troverà mai risposta: "cosa farò da grande?" E sogni, i desideri invece che aiutare confondono, complicano la situazione, distolgono dalla ricerca concreta di un obiettivo realizzabile, alla propria portata. Portano ad una visione distorta della realtà ed un impatto negativo, demoralizzante e deprimente.
Mi sento sempre più lontano da questo mondo e da chi, come mio figlio, mi chiede "ma chi te lo fa fare?" senza voler sentire risposta.

martedì 2 settembre 2008

I coriandoli dei miei pensieri

"il numero degli scrittori è grandissimo e va crescendo sempre, perché è il solo mestiere, oltre quello di governare, che la gente osa fare senza averlo imparato" Alphonse Karr

Recentemente ho ricevuto la proposta di scrivere un libro. Qualcuno che lavora nel campo dell'editoria vede in me "grandi potenzialità", ha capito persino su quale genere mi potrei… "lanciare"

Una delle mie passioni nascoste (giustamente) è quella di scrivere. Mi piace scrivere su carta, anche se ultimamente non disdegno la comodità e velocità del computer. Sino a poco tempo fa il destino dei miei pensieri scritti era segnato da una fine crudele, probabilmente meritata. Il rito era il solito: appena finivo di scrivere strappavo il foglio in mille pezzettini. Quei coriandoli incolori dei miei scritti malinconici finivano puntualmente dentro un cestino. Capitava comunque che  riservassi loro una fine più gloriosa, lanciandoli in aria, al mare o in montagna,  perché li portasse via il vento.  Una scena commovente, copiata da chissà quale film.  Ricordo ancora l'ultima volta che lo feci, lasciai la spiaggia con le lacrime agli occhi. No, non per la commozione! Il vento bisbetico cambiò improvvisamente direzione, lanciandomi violentemente un coriandolo contro l'occhio. Ho interpretato il fatto come un messaggio divino, una voce, un sibilo di vento, che m'invitava a smettere, non tanto di lanciare coriandoli fuori stagione, quanto di dar così tanta importanza a ciò che scrivevo.

Ora non riduco più i miei scritti in coriandoli, è un'azione troppo articolata da fare al computer. Se l'umore non è quello giusto, mi limito a non salvare il file oppure a cestinarlo dopo averlo salvato. Scrivo molto meno, pochissimo, su carta quasi più. Eppure mi è rimasta l'abitudine di avere sempre sottomano una matita e un pezzo di carta, che utilizzo puntualmente per gli appunti di lavoro. Già, il lavoro… è lui che assorbe totalmente il mio tempo non lasciando spazio per dedicarmi a queste piccole, futili passioni. O forse sono io che non riesco a ottimizzare al meglio il mio tempo. Credo sia questo il motivo per cui ho iniziato, seppur forzatamente e quasi per gioco, a scrivere due righe (l'intenzione era quella) all'interno delle newsletter Mamopizza. Non nascondo che ho sempre il timore di tediare qualcuno, mi conforta che nessuno sia costretto a leggermi. Che mi si legga o meno personalmente è stata una grande conquista, ho sfatato un tabù che mi perseguitava dall'adolescenza: nessuno poteva leggere le cose che scrivevo.
Dallo scrivere una newsletter gratuita al pubblicare un libro ce ne passa davvero tanto. Confesso che per qualche istante mi sono lasciato trasportare dall'allettante proposta e ho fantasticato: best-seller, ristampe, traduzioni, successo e danaro...…. mi son svegliato nel momento in cui ho sentito di nuovo una voce, ancor più reale in assenza totale di vento: "il tuo libro farà piangere il mondo". Solo allora ho immaginato le copie del mio libro invenduto trasformate in coriandoli lanciati al vento, che finiscono negli occhi dei passanti.

Ringrazio chi ha visto in me un talento nascosto, mi conosco molto bene e ho la fortuna di sapere quali sono i miei limiti. E poi credo fermamente che certi talenti è meglio se restano nascosti. Anche se adoro le sfide non ho potuto che declinare l'offerta. Chissà, magari avrei creato un nuovo business vendendo bustine di coriandoli dei miei pensieri.

02 Settembre 2009

venerdì 1 agosto 2008

Il prezzo dell'entusiasmo

"L'entusiasmo è un vulcano sul cui cratere non cresce mai l'erba della esitazione"
Gibran

In risposta a ciò che ho scritto nella newsletter precedente sono arrivate decine di mail. Tra queste mi ha colpito in modo particolare quella di due ragazze che stanno per vedere realizzato il loro sogno imprenditoriale. E' una lunga mail, dove mi spiegano di aver fatto questa scelta perché per troppo tempo l'unico impiego che sono riuscite a trovare era sottopagato e precario. Mi contestano il fatto di aver descritto in modo negativo il lavoro imprenditoriale e di aver minato la stabilità acquisita in un lungo periodo di preparazione del loro progetto. Mi accusano di aver smorzato il loro entusiasmo e di provare ora un profondo senso di insicurezza e paura. Chiaramente ho risposto direttamente alla loro mail, ma ho ancora qualcosa da aggiungere. Lo farò qua, anche per coloro a cui non ho avuto il tempo di rispondere direttamente. L'insicurezza e la paura sono due elementi fondamentali nel lavoro imprenditoriale, il segreto stà nell'imparare a conviverci, a gestirli a proprio favore. Sono i sentimenti che ci proteggono, che ci aiutano ad evitare di commettere errori troppo grandi, di sbattere il muso troppo forte. Sono il freno dell'entusiasmo, sempre presente, purtroppo a volte il solo presente, negli aspiranti imprenditori. Un buon imprenditore è colui che sa gestire le emozioni e gli umori, che vive la realizzazione e la gestione della sua attività con consapevole passione, senza lasciarsi trasportare da niente e nessuno. Purtroppo pochi nascono imprenditori (io per esempio non sono nato imprenditore) per gli altri ci vorrebbe una formazione completa che, ahimè, non è alla portata di tutti. Chiunque può fare l'imprenditore, è una scelta di facile attuazione. Da giovane pensavo di non esser tagliato per la vita in società, la vivevo con disagio e sofferenza. Amavo stare in solitudine, mi bastava avere una matita, un pezzo di carta e la mia chitarra. Sognavo di passare la mia vita in paesaggi ameni, tra la campagna e la montagna o vicino al mare, sedermi tutte le sere su una pietra ad aspettare il tramonto per osservare, tra il silenzio naturale, le sue infinite e suggestive combinazioni di colori. Appena potevo "scappavo", per stare, anche solo un'ora, a contatto con la natura. Partivo dalla città e non vedevo l'ora di raggiungere la destinazione, trattenendo quasi il respiro per gustarmi appieno, con la massima intensità, l'aria purificatrice. Mi accontentavo di poco: lunghe passeggiate in riva al mare o in mezzo ai boschi al solo rumore del mio respiro, dei miei passi sulle foglie secche e dello sbatter d'ali d'uccelli spaventati. Adoravo raccogliere erbe, fiori e frutti commestibili, cercare anfratti saturi d'umidità e profumi intensi. Mi piaceva poi sdraiarmi esausto al suolo, immobile e con gli occhi chiusi, per sentire ogni più piccolo suono percettibile di ciò che mi circondava, riuscendo a fondermi totalmente in esso. In realtà l'irresistibile richiamo della natura, anche se reale, era piuttosto una forte repulsione verso un sistema, consumistico e superficiale, che non condividevo e disprezzavo, ma ancor di più verso le difficoltà, il sacrificio e il carico di responsabilità troppo elevato che esso comportava. Era il mio modo per evitare responsabilità, per non affrontare la realtà, per svincolarmi da regole e imposizioni. Quando ho capito che non possedevo abilità tali da riuscire ad eludere totalmente doveri ed incombenze, mi sono buttato sulla prima cosa facile da fare, su quello che stupidamente credevo potesse esimermi da oneri e fatiche, l'isola felice dove nessuno poteva dirmi quello che avrei dovuto fare: sono diventato un imprenditore. Non c'è voluto molto per capire che il mondo imprenditoriale non era la tanto agognata isola felice, non era il luogo che credevo, dove approdare per rifuggire dalle difficoltà e responsabilità della vita sociale. E' chiaro che la motivazione che spinge una persona a mettersi in proprio non è sempre uguale e non sempre è dettata da una credenza errata o da una visione superficiale delle cose. Le motivazioni che 25 anni fa mi hanno spinto a fare questo lavoro erano le più sbagliate di questo mondo. Eppure, dopo aver fatto tutti gli errori possibili ed immaginabili, dopo aver toccato il fondo per più di una volta mi ritrovo ancora in piedi a portare avanti le mie attività, pagando errori e avversità. Il problema attuale è che il mercato non permette più di sbagliare, si sono ridotti gli spazi e i margini d'errore, il valore del lavoro è diminuito notevolmente e la concezione che i giovani hanno di esso non prevede difficoltà e sacrificio.
Io amo il mio lavoro, richiede sacrifici e rinunce, ma lo faccio sempre con grande entusiasmo. Non mi pento assolutamente delle scelte sbagliate che sino ad oggi ho fatto. Nel momento in cui le ho fatte evidentemente non ero in grado di fare diversamente. Con la mail precedente non volevo lanciare nessun monito, tantomeno spaventare qualcuno, ho solo descritto come vive chiunque svolga il proprio lavoro con passione e responsabilità. Ho usato una metafora che calzava perfettamente, il racconto della "spada di Damocle" rappresenta l'imprenditore visto erroneamente come colui che vive nell'agiatezza e nella spensieratezza, come esempio invidiato e da emulare a tutti i costi.
Che ognuno porti avanti e coltivi i suoi sogni, io ho il mio, quello di filosofare tra il silenzio della natura. E' ancora un sogno irrealizzabile visto che sono qua tutti i giorni ad arrabattare tra le quattro mura della mia attività. Un sogno a cui aspiro ancora, sempre con lo stesso spirito e fervore, ma con una differente concezione.

Antonia e il Lentisco

“Sarò anch'io come il lentischio, che solo per gli umili che ne conoscono il segreto nasconde nelle su...