sabato 8 ottobre 2011

Lunghe ombre verso est


"Andremo via da qua, lo sappiamo per certo. E' un destino ineluttabile al quale nessuno si può sottrarre, eppure abbiamo sempre paura e ci inventiamo mille favole per attenuarla alimentando continuamente la speranza di un anima immortale. Andremo via da qua, chi per primo tra noi, dove, come e quando non ci è dato sapere"

Varcai il cancello d'ingresso con il cuore in gola, cominciava ad assalirmi la solita agitazione, nonostante avessi pianificato l'incontro nei dettagli. Più che un incontro si sarebbe trattato di uno scontro. Come ogni volta che, da qualche anno a questa parte, si cercava di risolvere una diatriba che sembrava non avesse fine. Sarebbe stato difficile tenergli testa, non mi avrebbe ascoltato o forse non sarei riuscito a farmi ascoltare: sapevo in partenza che comunque non avrei retto il confronto.
Camminavo lentamente, con lo sguardo basso come se volessi rimandare l'appuntamento. Attraversavo uno di quei tanti periodi della mia vita in cui evitavo di affrontare i problemi, accumulandoli alla rinfusa in uno spazio recondito della mia mente, senza mai computarli. Mancavano poche decine di metri, ma a ogni passo verso di lui sentivo sgretolarsi tutta quella sicurezza, vantata dai miei pensieri sino a un attimo prima, di riuscire a far valere le mie ragioni. Sollevai gli occhi e me lo ritrovai davanti, qualche passo prima di quanto avessi calcolato, perdendo la concentrazione e anche quei pochi ultimi secondi utili per un disperato ripasso dei punti deboli di un discorso vano studiato a memoria. I castelli di parole che avevo pazientemente costruito in giorni e giorni di angosciosa attesa furono improvvisamente avvolti da una coltre di nebbia talmente fitta da offuscarmi persino la vista: il timore reverenziale che provavo nei suoi confronti aveva un potere immenso su di me. All'improvviso pensai d'esser spacciato, mi ritrovai in balia degli eventi, avrebbe disintegrato con un pugno di parole ogni mia minima pretesa di ragione. Stranamente però, stette zitto, non apri bocca e, con un gesto lento e amorevole, allungò un braccio verso me e prese la mia mano calda e tesa tra le sue, fredde e tremolanti.
Io e lui, all'interno di un silenzio irreale, nel cortile di casa in paese, ognuno con in testa le proprie paure: le mie futili al cospetto delle sue essenziali. Due piccoli mondi vaganti nell'universo infinito che si avvicinavano sino quasi a toccarsi e si respingevano allontanandosi ogni volta sempre di più, senza mai scontrarsi veramente per riuscire a dirimere una controversia che rischiava, man mano che passava il tempo, di restare sospesa per l'eternità. Dalla campagna arrivava forte l'odore di elicriso, il suo dolce aroma di liquirizia pervadeva l'aria che respiravo. Eravamo li, uno di fronte all'altro, incuranti di tutto ciò che esulasse dalle nostre presenze, come fossimo soli al mondo. Fissava i miei occhi da ragazzo, ancora acerbi e distratti, apparentemente sicuri, con il suo sguardo, questa volta meno forte e autoritario del solito, ma ancora più straordinariamente carico di quella rara umanità di cui era intrisa la sua anima. Io, troppo preso dal cercare di dimostrare le mie ragioni e volere averla vinta a tutti i costi, non mi ero accorto da subito che c'era qualcosa di diverso in lui. Ma poi, lentamente la nebbia che mi teneva in ostaggio si diradò e cominciai ad intravedere la realtà delle cose. Mi comparve davanti la sua figura nitida, il suo viso dimagrito carezzato dal rosso tiepido di un sole che tramontava lentamente; le nostre ombre, che si allungavano verso est, sembrava ci indicassero una direzione. Restai immobile davanti a ciò che, più di ogni altra cosa al mondo, non avrei mai voluto succedesse; restai sgomento davanti a un incubo terribile, dal quale poi non mi sarei più svegliato. Guardavo incredulo i suoi occhi velati di lacrime desiderose di tracimare, sembrava si muovessero in una triste danza riflettendo i raggi del sole che scivolava piano dietro le case; lacrime impazienti di valicare il confine che le separava dalla luce, ma trattenute dentro a forza da mandibole serrate quasi a spaccare i denti. I suoi occhi che non volevano arrendersi, o non volevano credere e far credere che ci fosse una minima possibilità di resa. 
Piangere tra le braccia di chi si ama ha un senso liberatorio e consolatorio impareggiabile, ma non sempre ci si può lasciare andare. Se il pianto svela un dramma profondo e irrisolvibile si opta per affogare il proprio cuore nelle lacrime, piuttosto che investire le persone amate del proprio dramma.
Mi ritrovai senza respiro, come colpito al petto violentemente da una botta improvvisa e inattesa: era il mio cuore che si spezzava. Compresi in un solo istante il vero senso di quel silenzio e di quello sguardo che mi aveva protetto sino ad allora e che ora andava lontano, attraversando il mio corpo sino a giungere dentro e oltre quel meraviglioso cielo terso, mantello velato sulla nostra angoscia. Non l'avevo mai visto cosi', e nemmeno sopportavo il pensiero di cosa potesse avere indebolito la sua inesauribile e inattaccabile forza e determinazione.
Sino a quel momento mi era sempre venuto difficile pensare che fossimo di passaggio, capire che ogni secondo della vita potesse essere l'ultimo, non tanto per gli altri, che oramai mi ero abituato a veder andare via, quanto per me e le persone care, che egoisticamente credevo immuni da disgrazia e morte. Non feci nemmeno in tempo a pensare di trattenere il pianto che cacciai dagli occhi fiumi di lacrime e dalla bocca urla di disperazione che non emettevano suono. Piansi senza alcun ritegno, nonostante sapessi che non avrei dovuto. Venne fuori tutta la mia fragilità, quella che ho sempre cercato di tenere nascosta mostrando capacità e virtù solo desiderate e mai realmente possedute. In quel momento capii le cose fondamentali, quelle che nessuno osa mai insegnare e che da soli non riusciamo a cogliere sino a che la vita non ce le sbatte con violenza e cinismo in faccia. Mi sentii debole e pesante, come se la gravità avesse improvvisamente aumentato la sua forza, come se una mano invisibile mi spingesse verso il basso sino a farmi genuflettere davanti a lui e a un destino nefasto che stava decidendo, con la scure in mano, le nostre sorti; mi sentii assorbire dalla profondità dei suoi occhi scuri e tutto il mio essere - il mio corpo, la mia anima e il mio immancabile fagotto carico di egoismo, presunzione, superbia e ipocrisia- di fronte a tanta concretezza di dolore, sofferenza e impotenza, evaporò, impregnandomi il cuore di un terribile e indelebile senso di colpa e di angoscia che da allora non mi abbandona più.
Capii la vera essenza, quella lacerante e crudele, della parola fine e, in una fazione di secondo, anche il senso delle sue parole, di tutte quelle dette sino a quel giorno e anche di quelle che mi avrebbe voluto dire, soprattutto da quel momento in avanti, consapevole del fatto che non avrebbe più potuto, perché qualcosa di più forte di lui l'avrebbe strappato alla vita, di li a poco, con violenza e crudeltà inaudita, come un ciclone che si porta via con assoluta leggerezza e noncuranza una pianta forte e solida, seppur da secoli saldamente radicata al terreno.
Non voleva andare via, chiaramente, come tutti o quasi, almeno non sino a quando il male gli tolse anche il più piccolo attimo di tregua, sfiancandolo e logorandolo in una lotta impari, senza regole e già segnata; colpendo ripetutamente, con insistenza e costanza la speranza, ultimo baluardo d'esistenza, sino a farla desistere. Non voleva andare via, come credo nessuno di noi: si ha sempre voglia di restare, ancora di più se si sa di dover andare; si ha sempre qualcosa da portare a termine che non si vorrebbe lasciare in sospeso, pendenze da sistemare; si ha sempre qualcuno che non si vorrebbe lasciare mai. La morte incute paura e non sopportiamo il fatto che ci falci, come e quando vuole, come fossimo fragili steli d'erba. Non riusciamo ad accettarla nonostante sappiamo che questo sia l'unico destino possibile già capitato ad oltre 70 miliardi di esseri umani prima di noi e chissà quanti altri dopo. Una cultura arcaica, egocentrica, fondata sulla paura ci acceca dalla notte dei tempi portandoci a credere, in modo esponenziale,  d'essere i padroni del mondo, rendendoci sempre più schiavi delle cose materiali come se fossero nostre per l'eternità.  E, ancora peggio, spingendoci, in una sorta di triste emulazione, ad arrogarci il diritto di decidere il destino dei nostri simili.
Chissà quali pene ha provato e quanto si sia sentito immensamente solo nel dover preparare la sua valigia di pensieri e affetti per affrontare quel viaggio estremo, mesto e solitario, di sola andata, verso l'ignoto. Temeva che ciò in cui aveva creduto da sempre, fosse solo un illusione e all'improvviso la sua certezza che oltre la vita ci aspettasse un luogo privo di pregiudizi e moralismi ingannevoli, dove ritrovarsi e potersi riabbracciare senza paure e rancori, vacillò.
E' andato via da qua, ormai da ventiquattro lunghi anni, prima che arrivasse il momento più importante della mia vita, quello in cui avrei capito di avere ancora e sempre più bisogno di lui. 
Da allora con una frequenza impressionante, mi si presentano in sogno conoscenti, ogni volta diversi, con tono consolatorio mi dicono di non disperare perché lo hanno visto in giro da qualche parte e io cado in una disperazione tanto grande e persistente da logorarmi l'animo per non averlo mai cercato credendolo morto.
Di lui mi è rimasto il suo amore e forse anche il suo modo di amare. Conservo anche alcune cose materiali, certe -una vecchia foto dell'ultimo periodo e il suo cuscino impregnato del suo odore- già consumate dal tempo, altre perdurano ancora: un foglio dove aveva scritto un aforisma sull'impossibilità della vita senza la morte e dove sul retro, alcuni giorni dopo la sua partenza, seduto su una roccia nella sua campagna, scrissi il mio dolore per la sua insopportabile assenza. Custodisco gelosamente quel foglio perché dopo averlo scritto, con un gesto di stizza lo lanciai al vento che lo trasportò lontano sino a farmelo ritrovare distante diverse centinaia di metri sulla strada di ritorno verso casa: 
“E mentre cammino, sordo per non sentire il silenzio della natura che un tempo tu sentivi, e cieco per non vedere le meraviglie della natura che un tempo tu vedevi, un brivido di freddo m'avvolge: è il sole che se ne sta andando oltre i tuoi meravigliosi monti, va ad illuminare altri luoghi, altre genti. Va via, così come hai fatto tu, con una unica ineluttabile differenza: ogni giorno il sole ritorna e ci accarezza il viso coi suoi raggi di vita, tu invece no e la tua immagine è sempre più sfuocata nella mia mente. Sulla tua lapide c'è una foto, ma che calore da il sole visto in fotografia? 
Anche questa sera, come ogni sera, il sole è andato via lasciandomi solo ai tanti dubbi della notte. Papà, la tua assenza sarà eterna notte in attesa del giorno in cui anche noi tramonteremo oltre la meravigliosa bellezza dei tuoi amati monti!”
Non avrei dovuto aspettare che le ombre lunghe si ritraessero, non avrei dovuto lasciare che mio padre andasse via in questo modo, non avrei dovuto far sì che le divergenze aumentassero a detrimento di un rapporto fondamentale per la mia vita. Non tanto per l'alto prezzo che avrei pagato, quanto per la sofferenza che ho inflitto al suo animo. Prima o poi dobbiamo rendere conto a qualcuno delle sofferenze che infliggiamo agli altri, anche se, alla fine, i giudici meno indulgenti saremo noi stessi.

Quel giorno andai da lui non per chiarire ma per far valere le mie ragioni. Tornai indietro distrutto nel fisico e nello spirito: mi sentivo invecchiato di cent'anni, con le ossa spezzate, il cuore sanguinante e l'animo condannato a pagare il fio meritato. 
Di li a poco la morte me lo portò via prima che capissi, prima che riuscissi a pronunciare quella semplice, ma fondamentale parola che da allora mi tormenta, riecheggiando incessantemente nella mia mente: “scusa papà”.

mercoledì 10 agosto 2011

Cronaca di una rapina annunciata


Colui che non può contare su alcuna musica dentro di sé, e non si lascia intenerire dall'armonia concorde di suoni dolcemente modulati, è pronto al tradimento, agli inganni e alla rapina: i moti dell'animo suo sono oscuri come la notte, e i suoi affetti tenebrosi come l'Erebo" William Shakespeare

La spranga di ferro è vicina, cinquanta forse sessanta centimetri dalla mia mano, è una distanza comunque troppo elevata per arrivarci integro. Non c'è il tempo per pensarci su, ma non serve ragionare per capire che non avrei lo spazio sufficiente nemmeno per afferrarla, figuriamoci sferrare un colpo letale. C'è anche il coltello a serramanico, lo vedo con la coda dell’occhio, l’avevo sistemato qualche anno fa, viste le disavventure precedenti, accanto alla cassa in modo da poterlo afferrare velocemente nel caso di un attacco frontale, ma è ancora più distante ed è anche chiuso; dovrei prima arrivarci e poi aprirlo. Mi servirebbe fermare il tempo per dare una diversa piega a questo dramma, consapevole del rischio di peggiorare ulteriormente le cose. In realtà il tempo è fermo, anzi in questo momento non esiste proprio, sono sospeso in aria, poggiato sul nulla: è come se non respirassi, come se il cuore non battesse più; non sento gli odori e i rumori, non vedo i colori. Tutto si svolge in un contesto irreale, all’interno di una bolla asettica, una sorta di sogno piatto del quale non si ricorda niente se non piccolissimi frammenti. E’ curioso che non provi nessun timore, o forse la paura, in situazioni del genere, si manifesta proprio in questo modo. Eppure ho già vissuto queste esperienze sinistre, purtroppo più di una volta, ma solo ora capisco che tutto ciò è una normale reazione del cervello: si perde ogni percezione, quasi come se il tempo e lo spazio si fondessero in un’unica entità sconosciuta ai sensi, alla ragione. Anche se ogni volta è una storia a se. La volta precedente, circa quindici anni fa, fui assalito per strada, da due, forse tre individui; ero in macchina, fermo a un semaforo in attesa che scattasse il verde. Mi tramortirono, presumibilmente con un “taser”, una pistola elettrica, e mi portarono via la valigetta con l’incasso del fine settimana, un bel gruzzoletto. Un mese d’ospedale e un danno materiale molto pesante, ma questa è un’altra storia.
Loro sicuramente non stanno provando le mie stesse sensazioni, anche se sembra che abbiano più paura di quanta possa provarne io. Di sicuro hanno molta fretta, l’obiettivo è arraffare il più che possono nel minor tempo possibile, e per farlo ogni secondo è prezioso. Anche se avessero pianificato al dettaglio, credo sappiano molto bene che le variabili sono troppe per poterle mettere tutte in conto. La pistola non può nulla contro qualcosa che va storto, ma, purtroppo, sembra proprio che a loro oggi vada tutto per il verso giusto. Chissà, magari non hanno neppure abbozzato un piano.
Sono le 23:40, il pizzaiolo è andato via da qualche minuto. Erano sicuramente appostati fuori aspettando che uscisse, una persona in meno da controllare. Alessio si è appena cambiato, ha salutato e sta per raggiungere l’uscita sul retro. Se li trova davanti, proprio a pochi passi dalla porta, lo obbligano a tornare indietro e gli impongono di buttarsi a terra. Ora è prono sul pavimento mentre Andrea, il più distante dalla scena, è di spalle; imperterrito continua a lavare stoviglie, come se non sentisse, come se niente succedesse. Per un istante ho pensato stesse pianificando qualcosa, ma neanche il tempo di elaborare questo pensiero che non lo vedo più, sparisce nel nulla, allertando immediatamente uno dei due rapinatori che comincia a urlare come un forsennato “dov’è l'altro?”. Si distrae persino dall’obiettivo principale, la cassa, per capire quale diavoleria ci fosse dietro una sparizione così istantanea, giacché da quella posizione l’unica via d’uscita verso l’esterno era lo scarico del lavandino. Nemmeno Flash sarebbe riuscito a fare meglio. Andrea non aveva nessun piano se non quello di salvarsi, giustamente, la pelle. Un anfratto nel sottobanco l’ha attirato come una gigantesca calamita attira un scheggia di ferro. Lo immagino lì sotto, pregando che non lo trovi nessuno, con la stessa intensità di un bambino che gioca a nascondino. Anch’io spero che non lo trovino. Andrea è un folle, non mi sorprenderei se uscisse di corsa urlando “Chiesa, salvo tutti!!!”. 
Loro sono in due, completamente coperti da indumenti scuri, dalla testa ai piedi. Dai piccolissimi fori sul cappuccio sono visibili solo gli occhi. Ci sanno fare, o perlomeno non è la prima volta che lo fanno. Uno è alto e snello, ha un modo di muoversi molto particolare, inconfondibile, riceve gli ordini ma li esegue troppo lentamente, sembra impacciato; ho l’impressione che abbia paura d’essere riconosciuto. L’altro è alto e robusto, con la pancia pronunciata; parla solo lui, nessuna inflessione dialettale che possa far capire la provenienza geografica. Ha la pistola in mano e impartisce gli ordini che, puntualmente, esegue da solo. Mi ha colto alla sprovvista, arrivando alle mie spalle con passo velocissimo, non permettendomi di contestualizzare nell’immediato ciò che stava accadendo e di conseguenza azzerando tutte le possibilità di reazione. "BUTTATI A TERRA, TI FACCIO UN BUCO IN TESTA, TI AMMAZZO!". La pistola poggiata sulla nuca fa un certo effetto. Il dito è sul grilletto; tengo le mani in vista e mi muovo lentamente, esattamente dove lui vuole che vada. Basta una mossa sbagliata per far partire un colpo. Sempre che sia una pistola vera, ma non è forse il momento adatto per scoprirlo, preferisco tenermi il dubbio.
Mi muovo lentamente e faccio quasi tutto ciò che mi viene chiesto, ma non mi butto a terra e non la smetto di guardarlo negli occhi: “TI HO DETTO DI NON GUARDARMI, BUTTATI A TERRA, TI BUCO LA TESTA!” . Ora però non mi piego al suo volere, nonostante la pressione della pistola, poggiata con forza tra il pomo d’adamo e lo sterno, mi spinga sempre di più verso il basso. Non sento nemmeno il dolore. E’ impressionante quanto cambi la percezione del dolore in determinate situazioni. Non ubbidisco, ma senza rendermene conto, involontariamente, come se inconsciamente tentassi di mantenere un briciolo di controllo su una situazione che non ha assolutamente più niente sotto il mio controllo. Eppure tutto si sta svolgendo nel mio territorio, nel luogo dove vivo buona parte delle mie giornate. Sembra non finire più, la lancetta dei secondi sicuramente si muove come se segnasse le ore, mentre al di fuori della frattura spazio temporale in cui sono precipitato la vita prosegue regolarmente. Stranamente nel locale non entra più nessuno, eppure fuori ci sono oltre cinquanta clienti che non si accorgono di nulla; persino i telefoni, che solitamente trillano sino e oltre mezzanotte, hanno smesso di squillare. Mi sento solo. Sono solo! In un tentativo disperato di uscire da quella gabbia invisibile mi chiedo cosa posso fare, ma la risposta è attinente allo svolgimento della situazione e mi viene in mente nel momento stesso in cui ho formulato la domanda, anzi forse ancora prima: “Non posso e non devo fare assolutamente niente. Devo stare tranquillo, tutto volge a termine, a breve questa brutta storia sarà finita”. Sta rapidamente scemando anche l'idea di un’ipotetica reazione, mi sto rassegnando al fatto di non poter fare niente. Li guardo ancora una volta negli occhi prima di abbassare definitivamente il capo. Mi rendo conto che in questo modo sto permettendo loro di fare tutto ciò che vogliono. Continuano, però, a tenermi sempre a debita distanza dalla mia postazione, in una posizione senza nessun appoggio, senza nessun appiglio. Così facendo non mi permettono di ritrovare il punto di riferimento, psicologico più che materiale, che ho perso dal momento in cui sono arrivati, chissà se questo loro lo sanno. DI sicuro sanno che è rischioso farmi avvicinare al piano di lavoro, nasconde troppe insidie, potrei, con una sola mossa, accedere a un allarme o afferrare un’arma, anche perché con quei piccoli buchi nei passamontagna la visuale è minima.
La voce del più grosso tuona: “COME SI APRE LA CASSA!”. Cerco di avvicinarmi per esaudire la richiesta, ma mi ritrovo la pistola puntata tra gli occhi e con violenza vengo strattonato per ritornare al posto assegnato. “STAI FERMO, NON MUOVERTI” e rivolgendosi ad Alessio “VIENI TU, APRILA TU”. L’idea che si stesse chiamando in causa qualcun altro mi spinge a una reazione improvvisa e determinata, anch’io ora alzo la voce: POSSO APRIRLA SOLO IO!” “LASCIATELO STARE. ALESSIO, STAI FERMO DOVE SEI” Senza aspettare il loro consenso m’inginocchio per accedere al tasto nascosto di apertura manuale, con i loro occhi puntati addosso come fossero sensori e detonatori allo stesso tempo. Infilo la mano sotto la cassa, ora ho il coltello vicinissimo, a un solo centimetro dalle dita, una frazione di secondo per decidere, chiudo gli occhi, ma continuo a vedere come se fossero aperti. La rassegnazione e la paura prevalgono: apro il cassetto, mi sollevo in piedi, lentamente ritorno al mio posto, definitivamente rassegnato. Tolgono dal nulla una busta della spazzatura di plastica nera, la aprono  e ci rovesciano dentro tutto il contenuto del cassetto. Assisto impotente e impietrito allo scempio: iene che si avventano sulla carcassa di un animale morto, strappando, tirando a se il più che possono prima di essere scoperte. Hanno trovato un tesoro, molto di più di quello che si aspettavano. La fortuna è con loro: capita rarissimamente – una, al massimo due volte l’anno - di avere tutta quella liquidità in cassa; per una serie di coincidenze oggi c’è. D’altronde, nel gioco delle parti, la fortuna di uno è spesso l'inevitabile conseguenza di un errore dell’altro. Portano via tutto: le banconote, i buoni pasto e le monete più piccole. Sta finendo l’incubo, ora andranno via, ma la mia mente, senza che gliene faccia esplicita richiesta, non ci sta. C’è il momento giusto per ogni cosa. Che la buona sorte abbia deciso di stare dalla loro parte lo devo accettare, ma sino a un certo punto. Il mondo è dominato dal caso, ma io ho il potere, così come lo hanno avuto loro sino ad ora, di non lasciare che le cose vadano nella direzione in cui stanno andando, nella direzione in cui loro hanno deciso. La rassegnazione si sta trasformando in riscossa, la paura in rabbia. Chiudo forte i pugni e stringo i denti: devo solo aspettare che mi voltino le spalle, prendere al volo le chiavi della macchina, il cellulare e lanciarmi all’inseguimento. In quei pochi istanti individuo le posizioni di tutto ciò che mi servirà, visualizzo mentalmente il parcheggio della macchina e determino tutte le probabili vie di fuga e le varie possibilità di inseguimento. Penso anche all’eventualità di trovarmeli davanti alla macchina mentre scappano e sono consapevole che il sentimento di disprezzo e di amarezza che sto provando ora non lascerebbe lo spazio a nessuna pietà. Ma forse è ancora troppo presto per pianificare, non è ancora finito, manca la sorpresa finale. Non paghi della razzia, afferrano con mani ingorde il telefono palmare accanto alla cassa e poi, strappando con violenza i fili, il pc portatile. Un’ultima richiesta prima di andare via, come se mi avessero letto nel pensiero: “DAMMI LE CHIAVI DELLA MACCHINA”. Con la coda dell’occhio guardo verso il muro, dove sono appese tutte le chiavi, ci sono di tutt’e tre le autovetture. Allungo la mano, prendo quelle meno utili e spero che non si accorgano delle altre due. Non si accorgono, è fatta! Hanno lasciato le chiavi giuste e non si sono accorti dell’altro telefono cellulare. Io sono pronto, sento il mio cuore battere fortissimo.
La mia sensazione iniziale non era errata, ci sanno fare. Sanno benissimo cosa stanno facendo e soprattutto come lo devono fare. Sanno perfettamente che sarebbe stata una leggerezza imperdonabile voltare le spalle a colui cui hanno appena perpetrato un abuso: mi colpiscono improvvisamente con il calcio della pistola, violentemente allo zigomo, facendomi perdere i sensi. Stramazzo al suolo come uno straccio zuppo d’acqua. Resto a terra, non so per quanto tempo, non ricordo niente. Il nulla più assoluto è padrone del mio corpo e della mia anima. Sì, proprio il nulla. Se il colpo fosse stato mortale, non avrei avuto il tempo di rivolgere il mio ultimo pensiero alle persone che amo, mi sarei spento esattamente come si spegne un elettrodomestico che non funzionerà mai più. Che la morte mi prenda pure come vuole, ma non in questo modo. Con la faccia bagnata mi risveglio, circondato da mani che si agitano; visi deformati che si allontanano e avvicinano; occhi spalancati, spaventati; voci che chiamano un nome, il mio, come se stessero cercando di afferrare qualcuno per non farlo andare via. Mi parlano, mi fanno domande incomprensibili, sono confuso. Rinsavisco in brevissimo tempo e cerco di tranquillizzare le persone accorse, ma fingo, mi sento sprofondare nelle sabbie del risentimento, in un luogo buio e infido, irto di cocci di vetro che dilaniano l’animo.
Piango, un profondo pianto di liberazione. In corpo sento rabbia e dolore, frustrazione e sconforto, sconfitta e afflizione. Sono seduto in un angolo, non so nemmeno dove. C’è qualcuno accanto a me ora, sento respiri, mani poggiate sulle spalle, voci dolci e di conforto, carezze sul viso e infine abbracci. Questi i primi segni di un’enorme valanga d’affetto che mi ha improvvisamente sommerso senza lasciarmi il tempo di pensare, aiutandomi a sopportare tutto il male subito e, soprattutto abbandonare l’idea martellante di chiudere l’attività e costruirmi un altro lavoro, più sicuro e meno impegnativo.
Il mio cruccio è di aver permesso che accadesse tutto questo, in questo modo, abbassando la guardia nonostante abbia subito una decina di atti delittuosi e vili; di essermi cullato sul fatto che ormai da tre anni non succedevano più sinistri simili; di essermi sentito protetto da una sicurezza relativa, quella di avere sempre tante persone attorno. Queste disattenzioni ci hanno reso facile bersaglio di persone miserabili e senza scrupoli. Mi sento l’unico responsabile, non posso più commettere errori simili, mettendo a repentaglio anche la sicurezza altrui. Ci sono responsabilità dalle quali non ci si può sottrarre; scansandole o affrontandole con leggerezza porterebbero a conseguenze irreversibili, un prezzo troppo alto da pagare per chi lavora con onestà e rispetto delle regole.
Io vado avanti per la mia strada, come il cuore mi suggerisce, perché ho da prendermi cura di tante persone, dei miei collaboratori e dei miei preziosi clienti che sento come figli, amici, fratelli e genitori. E' questa l'unica mia ricchezza, non permetterò a nessuno di portarmela via. 

Antonia e il Lentisco

“Sarò anch'io come il lentischio, che solo per gli umili che ne conoscono il segreto nasconde nelle su...