lunedì 1 dicembre 2008

Tutti importanti, Nessuno indispensabile

"Le persone che se ne vanno si portano via pezzi del nostro cuore e della nostra mente....."

"siamo tutti importanti, ma che nessuno creda d'essere indispensabile". Esordiva sempre così, in tutte le riunioni convocate d'urgenza, il manager davanti alla piccola platea composta da una decina di dipendenti. Proseguiva poi, con tono minaccioso: "mettiamo le cose in chiaro, se a qualcuno non va bene qualcosa, raccolga i bagagli e se ne vada. Ognuno di noi è responsabile delle sorti dell'impresa per cui lavora, quindi nei confronti dei suoi colleghi. Non possiamo permetterci di remare con tutte le nostre energie e accorgerci che siamo fermi perché, oltre alle correnti contrarie naturali (la crisi, la concorrenza, ect), ce ne creiamo ancora più forti e pericolose all'interno dell'azienda." Questa volta però non andò come tutte le altre. Successe qualcosa di inusuale. Il ragazzo in fondo alla fila, l'ultimo assunto, il più preparato fra tutti, il più bisognoso di quel posto di lavoro, si alzò e se ne andò. Chiuse delicatamente la porta, lasciandosi alle spalle un silenzio irreale. Il poco tempo che aveva lavorato in azienda fu sufficiente per far capire a tutti che tipo fosse, era riuscito a farsi apprezzare, rispettare e voler bene da tutti. E tutti, in quel momento, capirono, per come era fatto, che il suo gesto sarebbe stato irreversibile. La riunione finì li, il manager sembrava non avere più nessuno davanti. Era come se fosse rimasto solo, come se tutti i presenti si fossero improvvisamente smaterializzati. Sprofondò nel nulla, con lo sguardo che fissava il vuoto e non proferì parola. Non pensò nemmeno a cosa dover dire per concludere l'incontro. Le dimissioni le trovò il giorno dopo, sulla sua scrivania. Per lui, che si faceva vanto di tenere la squadra unita, vedere andar via in quel modo una persona cara e al tempo stesso una importante risorsa per l'azienda, era una pesante sconfitta. Restò chiuso in ufficio tutto il giorno con la lettera in mano a pensare e, per la prima volta, non lavorò assieme alla sua squadra. Quel giorno tutti si accorsero di quanto non fosse vero il fatto che "nessuno è indispensabile" e che, nonostante si dovesse andare avanti lo stesso, i vuoti lasciati dalle persone che se ne vanno non possono essere colmati. I nuovi arrivati riempiono altri spazi, ma non quello. Il manager continuò imperterrito a sostenere il contrario, ma, in realtà, non ci credeva affatto.

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Andrea arriva di corsa, ma senza affanno, sempre qualche minuto oltre l'orario stabilito. Troppo poco per essere definito ritardo, sicuramente tanto per metterlo in agitazione e iniziare la sua infinita lotta, chiaramente persa in partenza, contro il tempo. Arriva già in divisa, ogni tanto con qualche pezzo mancante oppure diverso da quello stabilito.

Alcuni giorni fa è sbucato all'improvviso con un paio di pantaloni a mezza gamba, dei pinocchietti super colorati, molto simili a quelli che usano i clown al circo. L'effetto scenico era esilarante: l'entrata di corsa, con quella "divisa" e i suoi capelli ricci e lunghi (per contenerli durante il servizio si infila una bandana elastica sponsorizzata da una marca che detesta, ma che consuma senza problemi) non ci hanno permesso di far finta di niente e di contenere una affettuosa risata. "non vorrai lavorare così?" "altrimenti si dovrebbe far pagare il biglietto d'ingresso ai clienti!" . E' rimasto impietrito al centro del locale a fissarmi con gli occhi sgranati, come chi si trova all'improvviso, a sorpresa, sotto i riflettori. Mi fissava, con uno sberleffo, quasi temendo di parlare. Il suo sguardo chiedeva chiaramente: "vestito così nnnnnon va bene?". Passato lo shock iniziale e riacquistato l'uso della parola, la prima cosa che ha detto, credendola pure seria e sensata è stata: "tanto dietro al banco i pantaloni non li vede nessuno" aggiungendo la sua classica risata a tre emissioni sonore semi soffocate: "ah, ah, ah". Qualcuno, forse Fabrizio, in risposta, ha sussurrato: "si, certo, allora possiamo metterci in perizoma a lavorare........". Franco sicuramente ha pensato che si trovava a lavorare in un circo, non in una pizzeria.

Andrea fa parte della squadra di persone che, con il proprio lavoro, manda avanti Mamopizza.
Lui si preoccupa di mansioni che vengono considerate meno professionali e impegnative delle altre. Può apparire così, ma in realtà non lo è. E poi questo dipende sempre da come si affronta il proprio lavoro e da come l'azienda desidera che venga svolto.
Il suo lavoro, nell'ora di servizio, è basato sulla memoria visiva e sulla concentrazione. Lui, come tutti noi, ha una parte fondamentale nella realizzazione delle nostre pizze, forse più piccola, ma di grande responsabilità e di certo non meno importante.
Viene a lavoro volentieri, così almeno sembra, e gli piace affrontarlo con serietà e pignoleria. Ama giocare e scherzare, qualche volta magari esagera, ma sempre nei giusti limiti. Nei momenti di difficoltà chiama disperatamente aiuto, ma poi non lo accetta mai. S'ingarbuglia nel suo disordine mentale, dal quale riesce a districarsi velocemente, anche se non totalmente. Ogni tanto racconta una nuova barzelletta che ci fa ridere solo perché non fa ridere. Raramente arriva di malumore, ma è un malumore fragile, flebile, che dura pochissimo. A fine servizio si infila, non senza indugiare, dentro lo "stanzino degli orrori", come lo chiama lui, a lavare stoviglie. Lì, approfittando del locale ormai chiuso, mentre tutti si dedicano al riordino e alle pulizie di fine serata, si lascia andare a qualche urlo disumano, retaggio appartenente a chissà quale epoca primordiale. Sicuramente è una sorta di sfogo per scaricare lo stress accumulato in serata o forse, più semplicemente, per ricordarci della sua presenza e della condanna giornaliera allo "stanzino degli orrori". Purtroppo qualche volta ci sono ancora clienti che, spaventati, si guardano intorno cercando la gabbia che racchiude quell'animale così terrificante. Dovrei tranquillizzarli e spiegare loro che non si trovano in un circo, ma preferisco, tra lo stupore, star zitto e mordermi le labbra per non ridere...................

Andrea fa parte di una delle migliaia di squadre di lavoratori che scendono in campo tutti i giorni con sacrificio per mantenere in piedi il paese e guadagnarsi da vivere. Lavora e studia. Un pò a fatica, ma porta avanti la sua storia, con i problemi che hanno solo coloro che decidono di affrontare la vita senza l'aiuto di nessuno. E' una persona importante e indispensabile, come lo sono tutti gli altri del nostro gruppo, non per le mansioni che svolgono, ma per come vengono svolte, per i modi di fare, per i pregi e difetti di ognuno. Per il legame che si crea giorno dopo giorno, sempre più forte perché basato sulla condivisione.

Quel manager che doveva necessariamente fare la parte del "capo che non ha paura di niente e di nessuno", sicuramente ora non ha più bisogno nemmeno di farlo credere agli altri. Credo abbia capito che la vera debolezza sta nel nascondere i propri sentimenti e che le persone che se ne vanno, nella vita personale come in quella professionale, si portano via pezzi del nostro cuore e della nostra mente.
Le persone che se ne vanno a volte possono essere solo importanti, altre indispensabili, altre ancora indispensabili in modo assoluto per poter mantenere uno stato di affetti e relazioni che non vorremmo mai perdere in quanto determinanti.

Le pizze di Dicembre 2008

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